lunedì 31 marzo 2025
Sono 1.700 le vittime accertate del sisma di venerdì, ma i dispersi sono centinaia. A complicare l'azione dei soccorritori nuove scosse e gravi lacune organizzative interne. Respinti i reporter
Una famigliola sfollata a Mandalay

Una famigliola sfollata a Mandalay - ANSA

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Continua a salire il numero delle vittime del terremoto di magnitudine 7.7 che, venerdì scorso, ha scosso una vasta area del Sud-Est asiatico continentale con epicentro nelle regioni centrali del Myanmar ma che è stato percepito con forte intensità anche a centinaia di chilometri di distanza. La giunta militare al potere ha aggiornato la conta dei morti a 2.056 e a quasi 4mila quella dei feriti, ma l’entità e la diffusione dei danni fa temere che il numero possa ancora crescere, anche di molto. Fonti della resistenza indicano già ora quasi 3mila decessi e oltre 3mila feriti.

L’abitato di Sagaing, prossimo all’epicentro, è distrutto al 90 per cento e qui, intrappolati sotto le macerie della loro scuola sono stati individuati otto alunni e tre insegnanti. Pesanti i danni anche nella grande città di Mandalay, dove oggi sono state tratte in salvo dalle macerie quattro persone, tra cui una donna incinta e una bambina, oltre a un’altra donna liberata dalle macerie di un hotel. Sempre a Mandalay, soccorritori e mezzi specializzati arrivati anche dall’India hanno iniziato la ricerca di 170 monaci che risultano dispersi nel monastero U Hla Thein dopo il crollo dell’edificio dove con un altro centinaio di compagni erano impegnati in un esame religioso.

A 1.300 chilometri di distanza, nella capitale thailandese Bangkok, dove le vittime accertate in numerosi crolli sono finora diciotto, segnali di vita sono stati rilevati sotto le macerie del grattacielo in costruzione, crollato seppellendo decine di operai edili e da cui sono stati estratti finora undici corpi senza vita.

Una persona estratta dalle macerie di un edificio

Una persona estratta dalle macerie di un edificio - Reuters

Nel Myanmar devastato dalla guerra civile, i soccorsi restano difficili per la precarietà delle strutture di emergenza ma anche per l’immensità della devastazione e il susseguirsi di nuove scosse. Nell’area di Sagaing-Mandalay sono tre gli ospedali distrutti e 22 quelli parzialmente inagibili. «La devastazione del terremoto ha travolto le strutture sanitarie nelle aree colpite, che stanno lottando per gestire l’afflusso di feriti», ha affermato in un comunicato l’Organizzazione Mondiale della Sanità, segnalando che il numero delle vittime potrebbe crescere ancora e richiamando la solidarietà internazionale per «alleviare il bisogno di cure chirurgiche e traumatologiche, di forniture per trasfusioni di sangue oltre a anestetici, medicinali essenziali e supporto per la salute mentale».
L’Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari dell’Onu ha fornito una stima parziale dei danni. Sono stati distrutti o danneggiati 1.700 edifici di abitazione, 60 edifici scolastici, 670 monasteri, e tre ponti, mentre suscita preoccupazione l’integrità delle grandi dighe.

Danneggiati sono pure in molte località ospedali, università, edifici pubblici e altri di importanza storica. Mentre si sta mettendo in moto il soccorso internazionale, a complicarlo è il blocco dei principali aeroporti della regione centrale per danni alle piste, alle torri di controllo o alla strumentazione.

Davanti alla mancanza di medicinali e strutture mediche, con un gran numero di feriti e migliaia di senzatetto, Karuna, la Caritas birmana, ha attivato la sua rete nelle sedi diocesane.

A preoccuparsi non soltanto delle condizioni dei birmani, ma anche della sicurezza dei giornalisti stranieri è la giunta, il cui portavoce, il generale Zaw Min Tun, ha comunicato domenica che per tutelarne la sicurezza è stato vietato loro l’ingresso nel Paese. «Molti alberghi sono stati distrutti e diverse aree mancano ancora di elettricità. Inoltre, i funzionari locali di vario livello sono attualmente concentrati sull’impegno di assistenza e non possono rendersi disponibili», ha detto con quella che un giornalista locale ha definito «una scusa inaccettabile», motivata «dal desiderio delle autorità di controllare la narrazione della loro risposta al disastro».

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